«“El futuro no es un final, sino un continuo comienzo”..»
— Octavio Paz
Abitare l’intervallo. Esporsi all’istante in cui l’architettura del mondo conosciuto cede. IN DIVENIRE si dispiega in questa sala attraverso cinque opere, realizzate in momenti diversi della pratica di Victoria Thomen, costruendo un percorso attorno a una domanda che attraversa la sua ricerca artistica: come abitiamo un mondo la cui apparente stabilità contiene già le forze della propria trasformazione?
Ci sono momenti in cui il mondo sembra perdere la propria forma prima che un’altra sia pronta a sostituirla. Ciò che conoscevamo non è ancora del tutto scomparso, ma ciò che verrà non è ancora visibile. Abitiamo questo intervallo: tra permanenza e mutazione, memoria e possibilità, perdita e trasformazione.
IN DIVENIRE nasce su questa soglia.
Dal territorio e dal paesaggio alla migrazione, dai sistemi di valori all’esperienza interiore, lo sguardo di Thomen si muove tra la dimensione collettiva e quella intima, soffermandosi sulle tracce, le tensioni e le anomalie che rivelano come nulla rimanga completamente intatto.
La pratica di Thomen si colloca nelle micro-politiche del residuo e della frattura. Il suo sguardo individua la sottigliezza dell’anomalia: ciò che irrompe nel quotidiano, la ferita che modifica un territorio, il transito tra un luogo e un altro, i valori attraverso i quali costruiamo la nostra identità o l’energia latente sotto una superficie apparentemente immobile.
In Globus Viridis, l’apparizione inattesa di un grande globo verde altera la logica quotidiana dello spazio urbano. La sua presenza agisce come una provocazione situazionale: introduce un’anomalia che obbliga chi la incontra a prendere posizione con il proprio corpo, ad avvicinarsi, deviare, intervenire o rimanere indifferente di fronte alla momentanea disarticolazione dell’ordine stabilito. Più che un oggetto estraneo, il globo funziona come un dispositivo di frizione tra l’individuo e il suo ambiente, rendendo visibile qualcosa che abitualmente passa inosservato: il nostro modo di rispondere — o di non rispondere — quando ciò che consideriamo stabile smette di comportarsi come ci aspettavamo.
In Forare Ferida, l’alterazione assume un’altra scala e si inscrive direttamente nel territorio. L’artista ne espone le ferite: le cicatrici del cemento, la perforazione, la rovina, i segni di una violenza esercitata sul paesaggio. Ma l’opera non si arresta alla devastazione. Là dove la materia è stata fratturata, la vegetazione insiste, germoglia, occupa e metabolizza la distruzione. La ferita diventa così un campo di re-esistenza, uno spazio in cui deterioramento e rigenerazione cessano di essere forze opposte e iniziano a convivere all’interno dello stesso processo di trasformazione.
Dalla ferita del territorio, il percorso sposta lo sguardo verso la geopolitica dell’acqua. In Oceanic Echoes, l’oceano è allo stesso tempo distanza e connessione, promessa e pericolo, memoria e presente. Le migrazioni contemporanee risuonano con altre traversate inscritte nella storia. Thomen mantiene il corpo migrante in una sospensione radicale, tra la memoria dell’origine e l’incertezza dell’approdo, tra ciò che ha lasciato alle spalle e ciò che ancora non conosce. Qui il divenire assume la forma del transito: non appartenere più completamente a un luogo senza essere ancora giunti al successivo. Tra una sponda e l’altra, identità, memoria, speranza e perdita viaggiano insieme.