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IN DIVENIRE

Guardare il mondo che cambia

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«“El futuro no es un final, sino un continuo comienzo”..» — Octavio Paz

Abitare l’intervallo. Esporsi all’istante in cui l’architettura del mondo conosciuto cede. IN DIVENIRE si dispiega in questa sala attraverso cinque opere, realizzate in momenti diversi della pratica di Victoria Thomen, costruendo un percorso attorno a una domanda che attraversa la sua ricerca artistica: come abitiamo un mondo la cui apparente stabilità contiene già le forze della propria trasformazione?

Ci sono momenti in cui il mondo sembra perdere la propria forma prima che un’altra sia pronta a sostituirla. Ciò che conoscevamo non è ancora del tutto scomparso, ma ciò che verrà non è ancora visibile. Abitiamo questo intervallo: tra permanenza e mutazione, memoria e possibilità, perdita e trasformazione.

IN DIVENIRE nasce su questa soglia.

Dal territorio e dal paesaggio alla migrazione, dai sistemi di valori all’esperienza interiore, lo sguardo di Thomen si muove tra la dimensione collettiva e quella intima, soffermandosi sulle tracce, le tensioni e le anomalie che rivelano come nulla rimanga completamente intatto.

La pratica di Thomen si colloca nelle micro-politiche del residuo e della frattura. Il suo sguardo individua la sottigliezza dell’anomalia: ciò che irrompe nel quotidiano, la ferita che modifica un territorio, il transito tra un luogo e un altro, i valori attraverso i quali costruiamo la nostra identità o l’energia latente sotto una superficie apparentemente immobile.

Le cinque opere che compongono IN DIVENIRE possono essere lette così come cinque stati di uno stesso interrogativo: l’irruzione, la ferita, il transito, la ridefinizione e la trasformazione.

In Globus Viridis, l’apparizione inattesa di un grande globo verde altera la logica quotidiana dello spazio urbano. La sua presenza agisce come una provocazione situazionale: introduce un’anomalia che obbliga chi la incontra a prendere posizione con il proprio corpo, ad avvicinarsi, deviare, intervenire o rimanere indifferente di fronte alla momentanea disarticolazione dell’ordine stabilito. Più che un oggetto estraneo, il globo funziona come un dispositivo di frizione tra l’individuo e il suo ambiente, rendendo visibile qualcosa che abitualmente passa inosservato: il nostro modo di rispondere — o di non rispondere — quando ciò che consideriamo stabile smette di comportarsi come ci aspettavamo.

 In Forare Ferida, l’alterazione assume un’altra scala e si inscrive direttamente nel territorio. L’artista ne espone le ferite: le cicatrici del cemento, la perforazione, la rovina, i segni di una violenza esercitata sul paesaggio. Ma l’opera non si arresta alla devastazione. Là dove la materia è stata fratturata, la vegetazione insiste, germoglia, occupa e metabolizza la distruzione. La ferita diventa così un campo di re-esistenza, uno spazio in cui deterioramento e rigenerazione cessano di essere forze opposte e iniziano a convivere all’interno dello stesso processo di trasformazione.

 Dalla ferita del territorio, il percorso sposta lo sguardo verso la geopolitica dell’acqua. In Oceanic Echoes, l’oceano è allo stesso tempo distanza e connessione, promessa e pericolo, memoria e presente. Le migrazioni contemporanee risuonano con altre traversate inscritte nella storia. Thomen mantiene il corpo migrante in una sospensione radicale, tra la memoria dell’origine e l’incertezza dell’approdo, tra ciò che ha lasciato alle spalle e ciò che ancora non conosce. Qui il divenire assume la forma del transito: non appartenere più completamente a un luogo senza essere ancora giunti al successivo. Tra una sponda e l’altra, identità, memoria, speranza e perdita viaggiano insieme.

 Tra ciò che non è più e ciò che non è ancora, il mondo continua a divenire. E noi con lui.

 In Habere e Sapere, questa tensione si sposta verso la mercificazione dell’esistenza e le logiche del consumo. La tensione tra possedere e conoscere interroga una società in cui il valore dell’individuo può confondersi con ciò che accumula, consuma o esibisce, spostando la potenza del sapere di fronte al feticcio dell’accumulazione. Quando si trasformano i sistemi attraverso i quali definiamo successo, desiderio, conoscenza e appartenenza, torna inevitabilmente ad aprirsi una domanda essenziale: a partire da cosa costruiamo ciò che siamo?

 Il percorso approda infine a Mons Movens, dove Thomen smonta il mito della montagna come emblema di immutabilità. Sotto la sua apparente solidità emergono energia, tensione e materia in movimento; la pietra assume la condizione di un corpo e il paesaggio esteriore comincia a mutare in paesaggio interiore. Tutto entra in frizione. Anche ciò che immaginiamo immobile contiene già la possibilità di diventare altro.

   L’immagine in movimento opera qui come un archivio vivo dell’effimero. Il video registra la trasformazione della materia e la progressiva decomposizione dell’immagine, rendendo visibile ciò che attraversa l’intero percorso di *IN DIVENIRE*: l’impossibilità di trattenere il presente mentre accade.

 Dall’irruzione alla ferita, dalla ferita al transito, dal transito alla domanda su chi siamo e da lì a una materia che scopre il proprio movimento, *IN DIVENIRE* non propone cinque rappresentazioni dello stesso cambiamento. Costruisce cinque modi di farne esperienza. È in questo territorio che la ricerca di Thomen entra in risonanza con una riflessione più ampia sul divenire e sul nostro modo di abitare il presente.

 Hannah Arendt ha pensato la condizione del “no longer and not yet”: quell’intervallo in cui ciò che precede ha smesso di offrire certezze e ciò che verrà non possiede ancora una forma riconoscibile. Ernst Bloch ha collocato nel “non-ancora” ciò che esiste come possibilità prima di realizzarsi pienamente. E il pensiero del divenire di Gilles Deleuze permette di intendere l’esistenza non come un’identità fissa, ma come qualcosa continuamente attraversato da relazioni, forze, incontri e trasformazioni. 

Queste idee non spiegano le opere, ma entrano in dialogo con esse. Perché il divenire non appartiene soltanto alla filosofia né alle immagini che appaiono su uno schermo. È nel territorio ferito quando qualcosa torna a crescere nelle sue crepe; in chi lascia una sponda senza sapere cosa troverà sulla successiva; in una società che modifica ciò che considera necessario, desiderabile o prezioso; nella materia apparentemente immobile che contiene energia. Ed è anche in noi, quando qualcosa altera le nostre certezze e ci costringe a guardare diversamente.

 Il video assume qui un’importanza particolare. Non è soltanto il supporto che registra queste trasformazioni: è tempo trasformato in immagine. Ogni immagine appare mentre già comincia a scomparire, si trasforma in un’altra e può permanere nella memoria dopo aver lasciato lo schermo. C’è qualcosa, in questa impossibilità di trattenerla, che appartiene anche alla nostra esperienza del presente.

 Forse è per questo che IN DIVENIRE non cerca di immaginare come sarà il futuro. Si colloca un istante prima, in un territorio più incerto, ma anche più fertile: là dove le forme conosciute cominciano a perdere i propri contorni e altre possibilità iniziano a emergere senza che sappiamo ancora nominarle.

 Uno spazio tra memoria e possibilità, tra perdita e rigenerazione, tra permanenza e movimento. Tra ciò che siamo stati e ciò che possiamo ancora diventare.

 

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